Criticare o ispirare?

✨ Contributo di Valeyoga

Prendere coscienza, non diffondere il negativo

Ci sono cose che accadono nel mondo dello yoga che non ci piacciono.

E va bene prenderne coscienza.

Va bene osservare ciò che cambia, interrogarsi, mettere in discussione certe trasformazioni e anche esprimere il proprio dissenso. Anzi, credo che la capacità di osservare criticamente sia importante.

Ma c’è un momento in cui dovremmo chiederci: che cosa stiamo diffondendo?

Perché parlare continuamente di ciò che non va, denunciare ciò che non ci piace, sottolineare ciò che secondo noi sta rovinando lo yoga, può diventare una forma di diffusione del negativo.

E noi, come insegnanti, abbiamo una responsabilità diversa.

Non siamo qui per difendere lo yoga

Siamo qui per praticarlo, conoscerlo e trasmetterlo.

Non credo che lo yoga abbia bisogno di essere difeso continuamente dalle trasformazioni del mondo, dalle mode o dalle nuove definizioni.

Ha bisogno piuttosto di essere mostrato.

Mostrato attraverso il modo in cui insegniamo.

Attraverso il modo in cui trattiamo le persone.

Attraverso la qualità della nostra pratica.

Attraverso quello che scegliamo di approfondire e di trasmettere.

Se crediamo che lo yoga sia molto più di una pratica fisica, allora siamo noi per primi a poterlo dimostrare.

Non soltanto scrivendo che lo yoga non è sport.

Ma mostrando che cosa c’è oltre il movimento.

Non soltanto dicendo che lo yoga è qualcosa di più profondo.

Ma creando lezioni, percorsi e relazioni nelle quali quella profondità possa essere realmente sperimentata.

Prendiamo un tema concreto

Oggi lo yoga è entrato anche nell’ambito delle discipline sportive.

Questo cambiamento può suscitare domande.

Può far discutere.

Possiamo chiederci che cosa comporti, quali aspetti rischi di mettere in secondo piano e quale idea di yoga venga trasmessa quando lo si inserisce in un determinato contesto.

Sono domande legittime.

Ma osserviamo anche come ne parliamo.

Se ogni volta che affrontiamo l’argomento produciamo soltanto contenuti che dicono cosa è sbagliato, cosa è pericoloso, cosa non è più yoga, cosa gli altri stanno facendo male, rischiamo di trasformare la nostra comunicazione in una lunga difesa.

E mentre cerchiamo di difendere lo yoga, magari finiamo per parlare molto più di ciò che non vogliamo che di ciò che vogliamo costruire.

Criticare è facile. Ispirare richiede presenza.

Dire “questo non è yoga” è relativamente semplice.

Molto più difficile è creare qualcosa che faccia venire voglia alle persone di conoscere lo yoga.

Molto più difficile è insegnare senza imporre.

Accompagnare senza giudicare.

Trasmettere una pratica che non sia soltanto una sequenza di posizioni, ma che lasci qualcosa anche quando la lezione è finita.

Questo, secondo me, è il nostro compito.

Non convincere tutti che abbiamo ragione.

Non combattere ogni trasformazione.

Non passare il nostro tempo a correggere gli altri.

Diffondere ciò in cui crediamo.

Che cosa vogliamo lasciare?

Forse questa è la domanda più interessante da farci come insegnanti.

Quando pubblichiamo qualcosa, quando parliamo dello yoga, quando insegniamo una lezione, che cosa rimane nelle persone?

La paura di stare sbagliando?

La sensazione che tutto intorno a noi stia andando nella direzione sbagliata?

Oppure la curiosità di approfondire?

La voglia di praticare?

Il desiderio di conoscersi meglio?

La sensazione di aver incontrato qualcosa che può accompagnarci anche fuori dal tappetino?

Non significa diventare ingenui o ignorare ciò che non condividiamo.

Significa scegliere dove mettere la nostra energia.

Possiamo vedere il lato negativo delle cose senza diventare noi stessi un megafono del negativo.

Possiamo essere critici senza essere continuamente oppositivi.

Possiamo non essere d’accordo senza trasformare ogni differenza in una battaglia.

E soprattutto possiamo parlare dello yoga attraverso quello che facciamo, non soltanto attraverso quello che contestiamo.

Perché forse il modo più forte per spiegare che cos’è lo yoga non è dire agli altri che cosa non è.

È farlo vivere.

La vera sfida è di farlo vivere oltre ogni guerra  lo yoga non è nostro è una patrimonio che va divulgato non nascosto o relegato a chi lo comprende, altrimenti diventa una cosa elitaria un errore dettato dall’ego.

 

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